La mia voce

E’ cavernosa a volte, altre stridula. Fortemente dipende da quello che sto dicendo, da quanto sono coinvolta, dall’ironia, il cinismo, la fretta, la rabbia, etc.
Ma la voce che ho quando scrivo… mi sono accorta, non è la mia.
Possibile?
Credo possa essere un problema, perché la “io” che scrive con quella voce, non è la “io” che parla e che pensa…
Questa appena scoperta è giovane, leggera, a tratti pupesca. Pesa sessanta chili ed ha (probabilmente) un fiocco in testa cascante verso il basso, di lato, come una figurina di dieci anni dell’ottocento.
È emozionata dalla vita e piena di idee. Proattiva e propositiva gongola delle proprie banalità. Dispensatrice di consigli. A volte stizzita non dice quello che pensa, perché la scrittura non è così immediata, e se la spontaneità ne perde, lascia stare del tutto.
Sono ragionevolmente certa del fatto che presto, molto presto, la distruggerò…

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I tempi che cambiano

Quindi, ho pensato oggi, gli atteggiamenti umani riscontrabili nei vari periodi storici si alternano tra due espressioni comportamentali:

- contemplativismo
- dinamismo

A cavallo di queste si può percepire un passaggio dipendente di fatto dalla costituzione di partenza a quella di arrivo.

Quindi: se dall’atteggiamento contemplativo si passa a quello dinamico si assisterà a quella che ho chiamato “contemplativismo dinamico”; se dal dinamismo ci si convertirà al contemplativismo, invece, si verificherà quello che ho chiamato “dinamismo contemplativo”.

Secondo le mie osservazioni, assolutamente dilettantistiche, stiamo vivendo nella seconda fase, e quindi lasciando l’atteggiamento dinamico per un pensiero più contemplativo.

Così…

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Lettera a chi vuole sapere

Cara anima,
sembra che tu ti sia persa in questo piccolo paese, in questo piccolo mondo, in questa piccola piccolissima vita.
Ti sei distratta, ed hai pensato che l’ordine raggiunto delle cose che abiti fosse immutabile.
Hai distinto perfettamente le sagome alla porta sperando che qualcun altro, prima o dopo, l’avrebbe aperta ed avrebbe accolto i tuoi ospiti. I fiori che ti avevano comprati, un petalo alla volta, si sono spenti. E così le candele che avevi accese per dare luce ai tuoi cenacoli allegri.
Ma queste strade sono così, un po’ ghiacciate, un po’ coperte della polvere di tutte queste inutili ore che ti ostini a voler trascorrere con tanta leggerezza.
Oggi, poi, ti ho incontrata. Tagliavi i nodi dei lacci e ne facevi collane da sgranare affinché tutto finisse bene. A testa bassa non hai sentito la mia voce che ti chiamava, gridavo il tuo nome ed estranei curiosi rispondevano, passando, al tuo silenzio ed al tuo egoismo. Tutti per te l’hai voluti il vento e gli occhi degli altri.
E quindi, dimmi. L’hai poi capito? Hai capito alla fine che ogni singola cosa che ti capita vivere, che tu voglia o che no, o che ti piaccia o che no, tutto quanto tu riesca a vedere, tutto di questa nostra bizzarra permanenza, è all’ultimo, regolato dalle stelle più o meno vicine e da come questa incostantissima terra giri, dal più e dal meno, dalla luce e dal buio, da come i baci che ricevi si alternano ai colpi? A volte i tuoi. A volte i miei.
Cerco parole che ti rassicurino, ma trovo solo raccomandazioni ed immagini di boschi paurosi in notti di luna piena.
È così – cara anima – che viviamo. Nella semplificazione naturale che ci fa piangere o sorridere che a volte è bene e che altre è male.
Prima ritroverai i tuoi gesti, e prima sarai libera di opporti.
Così è vivere. Difficile e confuso.
Abbinare il senso alle parole.
Difficile e confuso.

Firmato

Un’amica

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Me la prendevo con la Repubblica

Per tutto quello che riguarda lo sfacciatissimo modo del quale si servono per attirare i vari “clic” da parte dei “net-lettori”.
E così ho iniziato ad oppormi per quanto mi è possibile e ad evitare il passaggio anche momentaneo sulle pagine del quotidiano di Scalfari.
L’alternativa, ad oggi, è il Corriere (punto it ovviamente), che presto – anzi – prestissimo andrà a far compagnia al suo collega restando irrimediabilmente orfano delle mie visite.
Questa una delle cause, forse la più forte in questo momento.

Bizzarrie le chiama.
Decenni di repressione sociale e politica trasformata in un disagio da sciopero dei mezzi, migliaia di persone giustiziate ridimensionate a contagio da virus influenzale… non mi viene in mente altro. Sono stanca di questa informazione. Distrutta a tratti da questa monotonia da barbiere.

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Introduzione (è evidente che questa volta sono molto arrabbiata) – parte prima

Studio di consulenza in qualche parte di una città in qualche parte del mondo.
Fuori le luci delle strade. È notte e la giornata è stata pesante.
- “Mancano informazioni. Bisogna tirare fuori tutto quello che c’è da sapere di questa sporca città. Città? Del mondo se possibile! Un enorme ribollente pentolone immenso dove ogni tipo di persona, bambini, adulti, vecchi, omosessuali e bigotti dovranno buttarcisi dentro facendosi friggere per bene fino ad essere completamente cotti e serviti.” – la voce è roca e la stanza piena di fumo.
- “Stai parlandi di aria! Utopia! Se per fargli dire solo come si chiamano devi venderti un rene! E poi la privacy! Dove la metti! Anche se riuscissi a cavargli qualche informazione (e ne dubito) non potresti mai usarla, renderla pubblica…”
- “Non se li farai divertire…”
- “Spiegati…”
- “Immagina che improvvisamente questo pentolone d’olio bollente diventi un parco divertimenti e che le persone di tutte le età abbiamo ognuna un motivo per entrarci, biglietto gratuito e permanenza illimitata… devono solo svuotare le borse una volta entrati. Capisci? La roba resta loro… noi staremo lì, invisibili, e guarderemo fino all’ultimo paio di calzini che si rovescia a terra!”
- “E poi?”
- “E poi… E poi la mattina dopo avranno le orecchie lunghe come gli amici somarelli di Pinocchio!”
- “Funzionerà?” – tossendo dopo aver riso fragorosamente.
- “Certo che funzionerà… chi di noi non ha voglia di mettersi in mostra!”
- “E come si chiamerà questo paese dei balocchi?”
- “Che ne dici di FaceBook?”

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Destra e Sinistra

Ho trovato ovunque, anche negli ambulatori radiografici, per dirne una, un uso improprio dell’abbreviazione di destra e sinistra.
Prodotta anche da persone istruite, anche da insegnanti, da professori, ecc., non finisce mai di infastidirmi pur sapendo che ogni eventuale correzione risulterebbe antipatica e noiosa.
Nel caso qualcuno passi di qui, avrà la fortuna di sapere che l’abbreviazione di destra e sinistra viene dal latino.
Destro si dice “dexter” e sinistro “sinister”; da questi termini derivano le abbreviazioni “dx” per la destra e “sn” per la sinitra. Capito? NON “SX” (!) che di fatto non deriva da alcun termine.
Il FAIL più imbarazzante fu un sito della sinistra (che ora non si trova neanche nella cache di gugol (qualcosachenonricordosx.org). Ma se cercate “sx” trovere che il suo utilizzo è stato ormai codificato anche in alcune abbreviazioni testuali. Maltrado ciò ora avete uno strumento in più per opporvi a questo tipo di eventi sociali…
Quindi, da oggi, sapete una cosa in più!

ps: se qualcuno leggendomi mi avrà trovata “perfettina” ed antipatica sappia che per scrivere ho bruciato la cena. Basta come punizione?

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In esilio “Non è un cuore”

Oggi, cercando castagni, ho trovato Hikmet. La natura fa bene.

NON È UN CUORE
Varna, 1952

Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
che cammina, incessantemente, cammina
senza lacerarsi
va avanti
su sentieri pietrosi.

Una barca passa davanti a Varna
“Ohilà, figli d’argento del Mar Nero!”
una barca scivola verso il Bosforo
Nazim dolcemente carezza la barca
e si brucia le mani

Nazim Hikmet

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Protetto: io giuro

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ControVerso

Dimmi,
tu che t’offendi!
Che chiami innaturale il gesto
che ti scatena i sensi.
Dimmi!
Cosa saresti oggi
se nessuna trota il ghiaccio
avesse rotto a Kusmin
se bianche non fossero state
le segrete margherite di Kljuev.
Se nessun uomo nero
avesse turbato i sogni
del biondo e fragile Esenin.
Per cosa piangeresti,
commosso e distrutto,
se Tchaikovsky
non avesse amato
il precoce Apuchtin,
se Garcia Lorca,
canna alla tempia,
non avesse ricordato
l’amico Dalì.
Come chiameresti
questo dolore
se nelle sue notti selvagge
non avesse cercato un porto
la sfacciata Emily.
Per cosa, dimmi,
cosa
nel ventre un urto
se d’uno sguardo
tolse Buonarroti
all’amato Bracci
e di quali baci, dunque
si sazierebbe Catullo
tra le braccia di Lesbo
e di molti altri ancora.
Su quali di queste vite corrotte,
dimmi, negheresti
di aver riconosciuto
“amore”?

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Il mio viaggio

Sarà il grigio bardiglio,
o il mite rosato chiampo
il marmo freddo dei corridoi
sul quale sfumeranno
i piedi miei?

E sarà il blu marino?
Sarà il viola della malva
o il fresco mandarino
il colore delle pareti impettite
addestrate all’attenti?

Del mondo voglio conoscere
le mensole acerbe
le polverose credenze,
gli scaffali chiodati dal tempo
e dal modo.

Non sarà la prima
stazione a ricevermi
e non saranno questi i sassi,
e questo il bordo
quando muoverò il primo passo.

Il mio viaggio, caro amico,
è oltremodo più lungo.

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